…ho pianto con e per Matthew!

Pubblicato: 26 agosto 2008 in IoMe
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C’ è ancora una speranza per il mondo libero. Per gli irregolari, quelli che non s’ inchinano a nulla: non alle giurie, né alle convenzioni e neppure alla morte, finché hanno il prossimo respiro. Tutti aggrappati alle spalle di Matthew Mitcham, australiano, surfista dell’ aria e, ma non se ne faccia un orgoglio a parte nel medagliere, primo atleta olimpico a proclamarsi gay. Questa è la gara più bella dei Giochi, la più simbolica, quella che mi ha acceso gli occhi e ricordato come lo sport dovrebbe essere e come potremmo essere tutti quanti: leggeri e indomabili. Era la gara del giorno perché concludeva idealmente l’ Olimpiade con l’ ultima sfida tra la Cina e il Resto del Mondo. Disciplina: tuffi. Specialità: piattaforma da 10 metri. La torre sulla scogliera. Quella dove un giorno lontano abitava un cavaliere di nome Klaus Dibiasi e che adesso è occupata da pedine cinesi. Nei tuffi finora hanno vinto tutto: 7 gare su 7. Sono qui per il “Capp-8”. Ha una valenza mostruosa: significa dominio infrangibile. Significa che eserciteranno la scaramanzia del potere, celebrando una volta di più questo numero 8 che ci perseguita dall’ apertura e ci fa sospettare che il caso sia guidato da un pilota automatico (8 ori di Phelps, per dire). Il Capp-8 ridurrebbe i tuffi alla versione acquatica del tennis da tavolo: o vince Ping o vince Pong, in attesa che tutto lo sport s’ inchini ai piccoli imperatori. E chi siamo noi per opporci? Noi che consideriamo la coltivazione del talento una perversione del giardinaggio. Noi che da bambini inseguivamo le curve invece dei rettilinei e da grandi, per lo più, pure. Che armi abbiamo noi per fermare questo esercito perfetto? Per battere Huo che ha già trionfato nei tuffi sincronizzati? Per scavalcare Zhou che gli fa da riserva di lusso? Stando ai pronostici degli esperti una possibilità ci sarebbe: il tedesco Klein, numero uno al mondo. Vado alle semifinali del mattino puntando su di lui. Non si tuffa, si schianta. Finisce diciottesimo e ultimo, con paperate da 4 in pagella. Dirà: «Ho sentito la pressione». Un tedesco emotivo. Ci mancava. Quando arriverà mai un cinese emotivo? Non ora, non qui. Huo si qualifica col miglior punteggio, Zhou col terzo. Tra di loro un australiano, Mitcham, che finora in prima pagina c’ è finito per l’ outing e non per i trionfi. Magari lo protegge lo spirito di Greg Louganis, che dovette tenersi il suo segreto nell’ armadietto dello spogliatoio. Mitcham si è liberato e un uomo liberato può diventare il doppio di quel che era prima. Ma per gli esperti l’ unico dubbio pare: si eviterà almeno la doppietta cinese? Otto della sera, l’ ora della verità. I dodici finalisti si preparano nell’ anticamera della più bella piscina del pianeta. Quasi tutti ascoltano musica con le cuffiette. Tom Daley, l’ inglese men che 14enne, amatissimo dai media, è arrivato con un peluche. E’ davvero un bambino. Quando dice: «Per ora non ho relazioni serie, ho rinviato tutto a dopo le Olimpiadi», chiameresti Telefono Azzurro. Sarà da medaglia fra 4 anni, adesso non ha neppure il torace su cui farla ballare. Tra gli altri, poco da scegliere. Il colombiano Uran è un pesce tatuato pescato nei peggiori bar di Medellin. Il russo Galperin è forte, ma reduce da un infortunio. Resta sempre Mitcham. Mah. Puntiamolo, come quando si sceglie un cavallo per il nome e perché lo quotano meglio dei favoriti. E perché, massì, caschiamoci: sarebbe una bella storia. Primo tuffo, mezzo disastro. Mitcham rimedia un’ onesta media dell’ 8 che lo insedia al nono posto. Lo depenno dalla lista dei possibili vincitori. Va già avanti un cinese, anche se quello meno atteso: Zhou. Huo è terzo. «Tom Tom» Daley naviga in quarta posizione (finirà settimo). La speranza adesso è Galperin, secondo. Di tuffo in tuffo i valori in campo si definiscono, le posizioni si allineano. Zhou non sbaglia mai, sta sempre intorno alla media del 9. Gli altri sbandano. A turno si inseriscono tra lui e Huo, poi li prende la vertigine e precipitano. Dopo Galperin accade al sorprendente cubano Guerra Oliva. I tuffi in programma sono 6, ma dopo il quarto sembra finita. La griglia è quella che doveva essere, quella che il pubblico vuole: primo Zhou, secondo Huo. Anche viceversa andrebbe bene, purchè sia Capp-8. I due cinesi appaiono imbattibili. Zhou è una specie di cavalletta che quando si tende esibisce le costole. Huo è un ragazzo gentile che cade senza rumore e appena uscito dall’ acqua fa l’ inchino. E Mitcham? E’ terzo, ma con un distacco di 26 punti. Incolmabile, direbbero i tecnici. Però annoto una cosa sul taccuino. E’ qualcosa che a occhio nudo non avevo visto. Dal vivo i tuffi sono splendidi: percepisci l’ altezza, l’ ardimento, il fruscìo, capisci dal suono finale la bontà dell’ esercizio. Ma sul monitor vedi la faccia. E Zhou digrigna i denti. Soffre. Mitcham si diverte. Uno vola iscrivendosi dentro una traiettoria prescritta, l’ altro fa un gioco pericoloso che lo inebria. Alla fine, Mitcham sorride alla telecamera. A 14 anni Zhou entrava nell’ accademia dei tuffi. Mitcham lavorava in un bar e confessava alla mamma di essere gay, ricevendo per reazione una risata. Zhou non ha mai ceduto un secondo, non in pubblico. Mitcham è da poco uscito dalla depressione. Non ci crede, ma ci prova: sta a vedere che è la sera dei miracoli. Non direi. Anche se al quinto tuffo scavalca Huo, evidentemente scarico, il vantaggio di Zhou sale ancora. Adesso è di 32 punti e mezzo. Non è incolmabile, è un abisso. Che vuoi fare, tuffarti nell’ abisso? Per dovere, perché resta ancora un’ esibizione. Il pubblico già festeggia. I cronisti stranieri chiudono i taccuini. Gli operatori tv cercano inquadrature di colore, la gara è finita. I cinesi non si spezzano e non si piegano. Arrivano sempre in fondo. Mai un cedimento. L’ americano Emmons con la pistola in mano si è praticamente sparato su un piede. L’ italiano Nespoli ha scoccato l’ ultima freccia con il «braccino corto». Ma questo Zhou è stato programmato per non emozionarsi mai. E per perdere dovrebbe venir giù di pancia, piatto. Migliore di tutti in 3 prove su 5, secondo e terzo nelle altre due, punteggi sempre altissimi, sceglie per il finale un coefficiente di difficoltà medio (3,4): tuffo rovesciato, con tre salti mortali e mezzo, lo stesso esercizio che è costato a Huo la seconda posizione. Non è che lo sbagli in assoluto, ma per i suoi standard sì. Rimedia perfino uno striminzito 6. Ma dovrebbe bastare. Per batterlo Mitcham deve fare il tuffo della vita, quello nell’ impossibile, raccogliere più di 100 punti, meritarsi una marea di 10. Essere perfetto. E anche allora: le giurie negherebbero alla Cina il Capp-8 e la medaglia numero 50? Mitcham ha scelto il Salto Im-mortale: avvitamento all’ indietro carpiato, con due salti mortali e mezzo, coefficiente di difficoltà 3,8. Gli garantisce la massima moltiplicazione dei voti ottenuti. Ma quali voti può mai prendere?

 Vediamo. Vola. Ha tensione, eleganza e velocità. Scende come una lama, entra come una goccia. L’ acqua si richiude su di lui immediatamente. Nuota verso la sponda. Esce e già sorride. Dirà: «Pensavo all’ argento». Non può immaginare l’ imponderabile. Sul display delle votazioni si accende la pagella del primo della classe: quattro volte 10, due 9,5, un 9. Totale 112, 10. Il tuffo perfetto. Il risultato impossibile. S’ ammaina la bandiera cinese. Sorge l’ arcobaleno di Mitcham. Piange. Lo vanno ad abbracciare in tanti, tutto il Resto del Mondo. La Cina si ferma a 7 nei tuffi, a 7×7=49 nel medagliere. «In un mondo che prigioniero è respiriamo liberi», per un attimo, grazie a te. PECHINO

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