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La Svizzera contro i minareti, l’Europa in imbarazzo

1 dicembre 2009

E per il Vaticano è “un colpo all’integrazione”

di Marco Politi

Irritazione e disagio emergono dall’Europa civile dopo il referendum della vergogna, che in Svizzera ha proibito la costruzione di minareti. Hanno vinto gli xenofobi, che inalberavano manifesti con donne pesantemente velate e minareti in forma di missili. Il 57 per cento degli elettori elvetici si è schierato per il divieto.
“Scioccato” è il ministro degli Esteri francese Kouchner, turbato il Consiglio d’Europa, per Fini è un “formidabile regalo” all’islamismo radicale, per il presidente dell’Ue Bildt è un “segnale negativo”. In Vaticano il presidente del Consiglio pontificio per i Migranti, monsignor Vegliò, condivide la posizione dei vescovi svizzeri: “duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. L’Osservatore equipara il veto alla proibizione dei crocifissi. Lo stesso governo svizzero tenta di tranquillizzare invano i musulmani residenti nella Confederazione , dove rimarranno le quattro moschee con minareti.

Nel panorama spicca la provocazione della Lega. “Ora bisogna mettere la croce nel Tricolore”, ha esclamato il viceministro Castelli. Una boutade surreale se l’idiozia aggressiva leghista – che un giorno vuole buttare nel cesso la bandiera nazionale, un altro è ansioso di insignirla della croce e ad ogni buon conto ogni tanto fa marciare propri esponenti con maiali mandati a orinare su terreni previsti per la costruzione di moschee – non rispondesse sempre ad un obiettivo preciso: scardinare la comunità nazionale, frenare l’integrazione fra gli italiani e gli “altri”.

Troppo facile, però, indignarsi solo per il voto svizzero. La questione oggi è decidere come affrontare l’immigrazione e l’integrazione dei musulmani che abitano e lavorano in Italia. Intanto l’islam è da noi la seconda religione con un milione e mezzo di aderenti. Qualche centinaio di migliaia di giovani appartengono già alla seconda generazione. Tra l’altro, nelle province del voto leghista, gli slogan xenofobi si accompagnano notoriamente ad un intenso impiego di manodopera extracomunitaria. Perché il “negro” in fabbrica o nelle cucine dei ristoranti va bene, ma come essere umano titolare di diritti dovrebbe andarsene “ai paesi suoi”. Esattamente ciò che non avverrà come non è avvenuto negli altri paesi d’Europa.

Omar Jibril, ventiseienne milanese di padre egiziano e mamma sarda e presidente dell’Associazione Giovani Musulmani, sospira dopo il referendum svizzero: “Come si può votare sui diritti di una minoranza? É inaccettabile”. Poi spiega: “Non siamo qui per caso, se qualcuno pensa che chi è arrivato si fermi per fare soldi e poi andarsene, sbaglia”. Jibril, oggi a Torino (Circolo dei Lettori) protagonista di un convegno sulla seconda generazione islamica, soggiunge: “Siamo giovani come gli altri, chiediamo di poter professare la nostra religione e al tempo stesso ci sentiamo coinvolti quando si parla della Finanziaria, della Fiat ad Arese o della disoccupazione. Vogliamo contribuire alla crescita del Paese. Quando ci sono i mondiali, cantiamo l’inno di Mameli con i calciatori”.

Janiki Cingoli, direttore del Centro italiano per il Medio Oriente (uno degli organizzatori del convegno di Torino) sottolinea che l’islam non è qualcosa di esterno, ma è parte della storia europea, ne è “elemento costitutivo, insieme alle più antiche radici cristiane, ebraiche ed anche laiche”. Giustamente Cingoli sottolinea che non si tratta soltanto di parlare di diritti e doveri, ma in primo luogo di individuare un “accesso guidato alla cittadinanza”. Perché il fenomeno dell’immigrazione abbandonato a se stesso non può che alimentare le spinte negative di chi lo considera una minaccia.

L’Italia è in stand-by. Nel precendente governo Berlusconi l’ex democristiano Pisanu, ministro degli Interni, aveva messo mano ad una Consulta islamica. Il suo omologo Amato, nell’ultimo governo Prodi, aveva continuato formando anche una Consulta giovanile interreligiosa. Primo passo di un percorso che avrebbe dovuto portare ad una rappresentanza dell’Islam italiano. Così come esiste in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna. Si stava inoltre aggregando, sotto gli auspici di Amato, una Federazione dell’Islam italiano con la partecipazione della Coreis, della Lega islamica mondiale in Italia, dell’Associazione delle donne marocchine, del Centro islamico culturale che gestisce la Grande Moschea di Roma. Il ministro Maroni ha invece congelato tutto. Non ha più convocato la Consulta né preso iniziative. Giugno scorso i membri della futura “Federazione” gli hanno scritto ufficialmente per riprendere il confronto, il ministro degli Interni non ha nemmeno risposto.

É più facile lasciare che nei comizi la Lega agiti il vessillo dell’identità cristiana e intanto non discutere concretamente di rappresentanza, di costruzione delle moschee, di formazione degli imam, di assistenza ai fedeli musulmani negli ospedali e nelle carceri. Paolo VI aveva favorito la nascita della Grande Moschea di Roma. Gli odierni cristiani senza Cristo – che amano riempirsi la bocca del vecchio parere del Consiglio di Stato secondo cui la croce è simbolo religioso in chiesa e simbolo “altamente educativo” in ambienti laici – lasciano che i musulmani d’Italia, adoratori dello stesso Dio di Abramo, preghino per strada o in scantinati, garage, penosi locali di fortuna. Censire le settecento cosiddette ‘case di preghiera’ musulmane in Italia è censire una vergogna. Ma fare incancrenire la situazione è utilissimo per agitare il fondamentalismo. Così i conti tornano.

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Sabato 16 maggio è dinuovo ora di scendere in piazza per il Pride 2009. O meglio…GAY PRIDE!

Orgogliosi di esser come siamo, orgogliosi di far capere al mondo che non siamo mostri o alieni, ma gente comune che è differente per un piccolo particolare e cioè le nostre scelte sessuali. La cosa dovrebbe in definitiva non interessare, visto che la sessualità dovrebbe far parte di una dimensione privata dell’individuo. Peccato però che se nella vita di tutti i giorni non siamo liberi di citare il fatto che si conviva con una persona del nostro stesso sesso, in automantico, il nostro gusto sessuale diventa di dominio pubblico e fonte di scandalo. Se devo giustificare il fatto che sono mano nella mano con una persona del mio stesso sesso, sono gli altri che ci stanno chiedendo cosa siamo e non noi a volerlo esplicitare. In definitiva scontiamo il problema di qualcun’altro. Fosse per noi faremo la nostra vita tale e quale quella di tante altre persone che incontri per strada! Ora, visto che ce lo chiedete:” SI! siamo gay e lesbiche va bene?…ok adesso?…Ne siamo orgogliosi!!! E vogliamo combattere per il nostro diritto a esser considerati non pericolosi”.

P.s.: “se ci andassimo come persone “normali”, “ordinarie”, con il nostro maglioncino, giacca, jeans, cappellino, zainetto, ecc., ecc,…di tutti i giorni?”

di Filippo Facci da Macchianera

Certo antirazzismo è solo un razzismo visto di spalle, un razzismo in buona fede. Controllate: solo i titoli dei giornali italiani si sono soffermati così tanto sul colore delle pelle di Obama; il Riformista con «L’uomo nero», Libero con «Strano ma nero», il Manifesto con «Indovina chi viene a cena», il Giornale con «l’America cambia pelle», Liberazione addirittura con «Black Power»: e via così.

E’ provincialismo, certo, ma è anche una forma di razzismo blando e inconsapevole, a fin di bene: perchè il razzismo non è solo l’essere intolleranti con il diverso, ma è anche il sottolineare ogni volta che comunque è diverso. E’ lo stesso Obama a non aver fatto della sua razza un’identità politica, anzi, ha detto che l’epoca delle identità declinate in politica lui vorrebbe chiuderla: è americano, punto. L’ex atleta Fiona May, sul Corriere, ha detto una cosa giusta a metà: «Sull’integrazione gli italiani sono 20-30 anni indietro rispetto a inglesi e tedeschi e francesi». Ecco: non parlerei tanto degli italiani ma chi li rappresenta, classe giornalistica in primis, antirazzismo identitario in primis. Il razzismo non sarà sconfitto quando avremo presidenti anche asiatici, portoricani o di Montenero di Bisaccia: ma quando l’etnia originaria sarà irrilevante. Negli Usa ha vinto un uomo di colore, ed è uno straordinario punto d’arrivo: ma il prossimo grande balzo, per l’umanità, sarà non notarlo neppure.

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E’ intrinseco nell’essere umano dare etichette a qualunque cosa, esperienza o persona che viene ad incontrare nell’esperienza vissuta. Mi collego a quanto commenta River al fondo dell’ultimo post pubblicato oggi. Lui scrive testualmente:

Il bisogno di dare etichette sessual/sentimentali, di vedere il mondo in bianco o (senza ‘e‘) nero è qualcosa di intrinseco alla comunità gaya mondiale.

Non penso affatto che sia una prerogativa della Comunità Gaya mondiale ma molto più largamente un modus di tutti gli esseri umani. Oltre ad essere un meccanismo naturale del cervello, quello di incasellare ogni infomazione in un archivio a schede. Ricordo di aver letto qualcosa in proposito e si diceva che il cervello umano funziona con un codice binario.

Dobbiamo combattere questa abitudine con due cose che l’essere umano ha pure e cioè la capacità critica di discernere e la volontà. Usando queste due armi, siamo capaci di dare sfumature diverse alle diverse schede e quindi di uscire da preconcetti e razzismi. Ma spesso ci si ferma ad una pigra analisi superficiale ed allora non c’è speranza.

Sicuramente dal post esce un altro argomento di cui invece, vorrei far partecipe il Ministro delle Pari Opportunità italiano e cioè di come il personaggio in questione venga additato per strada come FROCIO per aver dichiarato di aver avuto attrazione per gli uomini. E siamo in America. Anche in Italia è così, meno nelle metropoli ma vogliamo vedere in tutti gli altri centri abitati italiani? Come può dire che i Gay non sono minacciati, derisi o discriminati?  Certo che se i suoi amici(quelli che le han detto che in Italia i gay vivon bene) sono tutti di classe sociale più che borghese come penso sia, già che vivon bene! Mica son nel mondo reale! Scenda sui marciapiedi la Ministro e veda di persona!