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di Filippo Facci da Macchianera

Certo antirazzismo è solo un razzismo visto di spalle, un razzismo in buona fede. Controllate: solo i titoli dei giornali italiani si sono soffermati così tanto sul colore delle pelle di Obama; il Riformista con «L’uomo nero», Libero con «Strano ma nero», il Manifesto con «Indovina chi viene a cena», il Giornale con «l’America cambia pelle», Liberazione addirittura con «Black Power»: e via così.

E’ provincialismo, certo, ma è anche una forma di razzismo blando e inconsapevole, a fin di bene: perchè il razzismo non è solo l’essere intolleranti con il diverso, ma è anche il sottolineare ogni volta che comunque è diverso. E’ lo stesso Obama a non aver fatto della sua razza un’identità politica, anzi, ha detto che l’epoca delle identità declinate in politica lui vorrebbe chiuderla: è americano, punto. L’ex atleta Fiona May, sul Corriere, ha detto una cosa giusta a metà: «Sull’integrazione gli italiani sono 20-30 anni indietro rispetto a inglesi e tedeschi e francesi». Ecco: non parlerei tanto degli italiani ma chi li rappresenta, classe giornalistica in primis, antirazzismo identitario in primis. Il razzismo non sarà sconfitto quando avremo presidenti anche asiatici, portoricani o di Montenero di Bisaccia: ma quando l’etnia originaria sarà irrilevante. Negli Usa ha vinto un uomo di colore, ed è uno straordinario punto d’arrivo: ma il prossimo grande balzo, per l’umanità, sarà non notarlo neppure.

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Alla fine ce l’hai fatta, ora dopo la stretta di mano…mo son tutti cazzi tuoi!

Sei nato ad Hannover e nelle tue canzoni c’è sempre un pizzico di quella nostalgia tipica dell’emigrante.Semplice sensazione di chi si fa condizionare dalla tua storia personale oppure verità?

Un po’ di malinconia mi appartiene, non stavolta però. ”DA SOLO” è semplicemente un atto di denuncia contro la scomparsa dell’inverno: la stagione dell’intimità e della resa dei conti della propria vita. Quel momento in cui, come nel racconto di Dickens (Canto di Natale) si incontrano il fantasma del presente, del passato e del futuro….

Ultimamente sei stato negli Stati Uniti a cui ti sei ispirato per la canzone ”Vetri appannati d’America”. Che paese hai trovato?

Ho trovato un Paese esausto, pieno di centri commerciali, industrie dismesse e alcolisti anonimi ma dove, in fin dei conti, non succede più niente. Un luogo che assomiglia a un grande teatro vuoto. Mi hanno colpito anche i bambini.

In che senso?

Nel senso che comprano tutto ciò che gli capiti a tiro senza che i genitori riescano ad opporsi. Ho la sensazione che gli americani siano succubi dei bambini: le loro scelte di politica estera sembrano dimostrarlo.

tratto da ”CITY” mercoledì 22 ottobre ’08, intervista di Luca Perolo.